La Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni

La Storia della colonna infame venne pubblicata a dispense a seguito dell’edizione definitiva dei Promessi Sposi del 1842 a Milano, presso gli editori Guglielmini e Radaelli, dopo una profonda rielaborazione strutturale e stilistica. Inizialmente elaborata all’interno del Fermo e Lucia, non venne inclusa nei tre tomi della prima edizione del romanzo (pubblicata a Milano tra [...]

La Storia della colonna infame venne pubblicata a dispense a seguito dell’edizione definitiva dei Promessi Sposi del 1842 a Milano, presso gli editori Guglielmini e Radaelli, dopo una profonda rielaborazione strutturale e stilistica. Inizialmente elaborata all’interno del Fermo e Lucia, non venne inclusa nei tre tomi della prima edizione del romanzo (pubblicata a Milano tra il 1825 e il 1827 presso l’editore Vincenzo Ferrario) per ragioni narrative e politiche (forse la facile identificazione con le pratiche repressive degli austriaci).

Fauriel, in una lettera a Cousin del 26 giugno 1824, aveva scritto che la Storia della Colonna Infame era già stata terminata e separata dal Fermo e Lucia.

Anche Giulia Beccaria, in una lettera al vescovo Tosi del 18 gennaio 1828, diceva che la Colonna era «terminata sì, ma sicuramente al suo solito, Alessandro non solo la ritoccherà, ma la rifarà».

La Storia della Colonna Infame nacque quindi come parte del Fermo e Lucia, legata ai capitoli sulla peste; successivamente venne disgiunta dal romanzo e presentata come Appendice storica.La prima stesura venne terminata nel 1824, ma Manzoni, benchè avesse già iniziato la revisione del romanzo, decise di non includerla nella Ventisettana: l’autore motivò la sua scelta, dicendo che la Colonna Infame «potrà esser materia d’un nuovo lavoro». Si diffuse allora l’attesa tra il pubblico, che pensava ad una seconda ampia opera narrativa; intanto Manzoni era giunto all’edizione definitiva della Colonna.

Solo nel 1839, in occasione dell’edizione illustrata dei Promessi Sposi, l’autore si ripropose la pubblicazione della Colonna Infame: dopo averla revisionata tra il ’41 e il ’42, in autunno la pubblicò in appendice alla nuova edizione dei Promessi Sposi.
L’opera non era strettamente storiografica o specialistica, piuttosto si presentava come un pamphlet morale che poteva interessare un pubblico vasto come quello dei Promessi Sposi.

Ma nel ’43, in una lettera ad Adolphe de Circourt, Manzoni si lamentava del fatto che quella sua petite histoire non avesse riscosso molto successo; anche scrittori ed accademici considerarono la Colonna un’opera minore.

Da questo pregiudizio derivò una sottovalutazione dell’opera, durato dal 1842 al 1942, con un’unica eccezione: l’edizione annotata di Michele Ziino (Napoli-Genova-Città di Castello, Francesco Perrella, 1928, all’insegna della Biblioteca Rara, testi e documenti di Letteratura d’Arte e di Storia a cura di Achille Pelizzari); un’edizione che comunque si diffuse in ambito strettamente accademico.

In Italia solo il conte Camillo Laderchi, a Ferrara, il 15 gennaio 1843, stampò alcune pagine sulla Storia della Colonna Infame; due recensioni uscirono poi sulla Rivista Europea e sul Giornale dell’Istituto Lombardo.

Nel 1852, Giuseppe Rovani rivalutò il testo, trasmettendo a Dossi, Lucini, Tessa e Gadda (probabilmente) una propensione per la Colonna Infame; anche Carducci, antimanzoniano, ha dimostrato di apprezzarla. Marcella Gorra in Manzoni del 1959 si lamentava del fatto che quel saggio fosse stato «ingiustamente trascurato dagli storici della critica»; infine, nel 1984, Giuseppe Pontiggia ristampò la Colonna come primo numero della collana Vecchi tipi diretta da Angelo Stella.

La Storia risultava indivisa nella prima stesura. Il testo uscì poi nella redazione finale del 1842 divisa in sette capitoli preceduti da un’introduzione.

Nel disegno iniziale del Fermo e Lucia doveva costituire il capitolo V del IV tomo: infatti in fondo al foglio 52 del capitolo IV Manzoni aveva scritto che « il lettore che annojato da questa nostra già lunga digressione accessoria conservasse ancora qualche curiosità di veder la fine della narrazione principale, salti il seguente capitolo»1.

Maturata però quasi subito la decisione di estrapolare la vicenda degli untori, per dedicarle una trattazione a parte, Manzoni cancellò la dicitura in fondo alla pagina, spostando materialmente le pagine originali del manoscritto del Fermo e Lucia: esse andarono a costituire, con quelle aggiunte successivamente, un fascicolo di circa sessanta pagine, intitolato prima Appendice, poi Appendice Storica e infine Storia della colonna infame.

L’opera prende il titolo dalla colonna in granito che venne eretta nel XVII secolo nel quartiere della Vetra di Milano, dove era stata abbattuta la casa di uno dei presunti colpevoli, il barbiere Giangiacomo Mora, come monito perenne in seguito alla condanna a morte di cinque innocenti cittadini incolpati di aver diffuso il contagio della peste attraverso unguenti spalmati sui muri di Milano.

Il processo si collocava nell’ambito di un’opinione diffusa nel Seicento per l’ignoranza e la superstizione popolare, ulteriormente suffragata dall’autorità, che la peste fosse dovuta non alle condizioni sanitarie dello Stato attraversato dai lanzichenecchi, ma bensì all’attività malefica degli “untori”, capro espiatorio di fronte a una tragedia razionalmente non dominabile.

La stesura definitiva, che non prevede più una narrazione ininterrotta, forse dovuta al suo essere inizialmente un capitolo del romanzo, è scandita, come abbiamo già ricordato, in sette capitoli. Ciascuno di essi è incentrato su un aspetto particolare della vicenda o alla esposizione di tematiche circoscritte:

I. il presunto reato e l’apertura dell’inchiesta;

II. «osservazioni generali […] sulla pratica di que’ tempi, ne’ giudizi criminali»;

III. l’istruttoria vera e propria – resoconto di interrogatori e torture subite dal Piazza da tutti i punti di vista: dell’autorità responsabile, del difensore del Padilla, dei cronisti del tempo, del Verri, col contrappunto della personale interpretazione dell’autore;

IV. ispezione in casa del Mora – interrogatorio di questi e confronto col Piazza – confessione del Mora;

V. nuove confessioni di Piazza e Mora: si estende la rete delle unzioni «alla persona grande», il Padilla – difese e ritrattazioni dei due condannati – supplizio finale;

VI. altri processi di imputati minori – processo al Padilla;

VII. i giudizi dei contemporanei e dei posteri sino al Verri.

La vicenda è ricostruita sulla base di un manoscritto che conteneva gli atti del processo, il quale viene delineato in parte sinteticamente, in parte attraverso la riproduzione diretta del testo. Alla narrazione si accompagna il continuo intervento ironico e partecipato del narratore, che provvede a richiamare l’attenzione sulle contraddizioni dei giudici. Inoltre è importante il confronto fra il trattamento subìto dai condannati, appartenenti al popolo, e quello riservato ad altri indagati, usciti liberi dal processo per la loro appartenenza alle classi alte della società.

L’attenzione di Manzoni verso il problema degli untori non è casuale, ma si inserisce sempre all’interno della sua riflessione sul problema del male del mondo, e quindi sul ruolo della Provvidenza. L’indagare gli errori del passato è parte integrante della forma mentis illuministica, nell’ottica di rilevare le storture derivanti da superstizioni e false credenze.
Ma ancora più pregnante e vero nucleo tematico dell’opera è la responsabilità individuale dei giudici, immediatamente ricordati nell’incipit dell’Introduzione, quasi i dedicatari in negativo dell’opera.

«Ai giudici che, in Milano nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile».

Manzoni si propone di indagare nella realtà storica il concetto di libertà morale dell’uomo nella storia, operando un affondo diverso e ideologicamente opposto a quello operato da Pietro Verri nelle Osservazioni sulla tortura (1776-77, edite postume nel 1804), in cui l’autore milanese, partendo dallo stesso processo, voleva dimostrare la perversità della tortura in sé, senza affrontare la spinosa questione delle singole responsabilità degli individui.

Alle pagine impetuose del Verri, Manzoni contrappone pagine più meditate e notevolmente scorciate. In realtà il taglio della prima Storia era eminentemente narrativo, tendendo a una rielaborazione delle testimonianze documentarie, sceneggiate e manipolate dalla fantasia del narratore, che spesso non si risparmiava eccessi di colorazione romanzesca. Infatti la prima stesura, immediatamente successiva alla conclusione del Fermo, presentava caratteri strutturali e linguistici assimilabili a quelli del primo abbozzo del romanzo.

Del tutto diversa invece fu la redazione del testo finale. A partire dal ’28-29 la vicenda compositiva della Storia si intreccia con la riflessione che giungerà a maturazione teorica col saggio Del romanzo storico.

Di una lettera di Ermes Visconti a Goethe nel ’29 è la notizia che Manzoni avrebbe voluto fare uno studio sui generi misti di storia e invenzione, e ancora nel ’32-33 veniamo a sapere che prevaleva l’insoddisfazione dell’autore per i suoi Promessi Sposi, intessuti di storico e ideale, di fatti veri e finti. Proprio Goethe si era espresso con riserva sull’eccesso di storicizzazione dei capitoli iniziali del terzo tomo, nei quali soffocava la narrazione principale della storia d’amore, e questa critica doveva essere servita al Manzoni come ulteriore stimolo ad approfondire la propria riflessione teorica4.

Perciò si può ben capire perché nell’edizione definitiva l’impostazione narrativa muti per far posto a un’esposizione oggettiva e ordinata dei fatti, appoggiata il più possibile alle testimonianze storiche e ricca di spunti critici e di approfondimento.

Il cambiamento di prospettiva è evidente fin dall’Introduzione, incentrata ora sulla definizione dei compiti dello storico, cui spetta una ricostruzione minuziosa e rigorosa che consenta al lettore di formarsi un’opinione sul ruolo dei singoli protagonisti, ricavandone una lezione più generale sui rapporti tra individuo e società, tra responsabilità personale e ineluttabilità storica, e mettendo in luce nelle singole vicende quelle costanti umane «che non si posson bandire, come falsi sistemi, né abolire, come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti, e detestarle»5.

Il rigore della ricerca storica non è disgiunto, anzi, è accompagnato e sostenuto da una ricchezza di soluzioni stilistiche atte a integrare e svolgere i diversi piani narrativi del discorso.

L’andamento tipico dell’argomentare manzoniano è strettamente aderente al percorso logico e mentale dell’autore: il periodo procede attraverso riprese e sottili distinzioni logiche che permettono di svolgere tutti gli aspetti della questione.

L’intervento dell’autore si esplica attraverso l’uso di esclamative, domande retoriche, apostrofi al lettore che manifestano da un lato la drammaticità della vicenda personale di ciascun personaggio, dall’altro la partecipazione del narratore fino all’immedesimazione.

Per ricostruire la genesi degli interrogatori, Manzoni fa ricorso a un andamento sintattico mimetico del parlato, al quale si alterna continuamente la riflessione manzoniana, che provvede a costruire un tessuto narrativo più vario.

L’elemento stilstico più importante è sicuramente il discorso indiretto libero, seppur usato raramente: impiegato con efficace tecnica nelle fasi più delicate, in particolare nelle parti congetturali che riguardano la psicologia degli accusati. Poiché del travaglio interiore dei personaggi non si hanno conferme dalle testimonianze storiche, la struttura sintattica e i tempi verbali adottati per il piano delle ipotesi meno verificabili (interrogative, esclamative, eventuali) differiscono dalla cronaca dei fatti stilisticamente tradotta dal ritorno ai tempi verbali storici.

Manzoni perciò, nonostante la scarsa fortuna dell’operetta, sebbene il genere del pamphlet non fosse popolare, sia per temi, stile e lingua ha anticipato la narrativa successiva, e in particolar modo quella verista, naturalista e d’inchiesta6.

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