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La Riforma protestante: il problema della libertà di coscienza e la libertà religiosa nelle fedi


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Nei riguardi degli effetti esercitati dalla Riforma sullo sviluppo della civiltà europea gli stessi storici, pur riconoscendone la fondamentale importanza, hanno espresso giudizi diversi. Alcuni, ad esempio, ritengono che essa sia stata – se non la maggiore certamente – una tra le più rilevanti cause della definitiva distruzione della civiltà medioevale: una civiltà tutta imperniata sulla volontà di formare una sola società, quella cristiana, e basata su una sola fede e su un’unica autorità, di cui il papa e l’imperatore dovevano essere due facce di una stessa medaglia.

Altri, al contrario, mostrano la Riforma come una manifestazione legata ancora al Medioevo, in quanto fondata essenzialmente sulla fede e sulla ricerca dei valori dell’aldilà, ossia proprio su quei valori che il mondo italiano dei secoli XV e XVI aveva già da tempo cercato di superare. ‘ Non mancano però neppure coloro che mettono in evidenza come il vero merito della Riforma sia stato quello di avere determinato un autentico risveglio del senso religioso e rinvigorito la coscienza cristiana dell’Europa, combattendo l’immoralità, costringendo i cattolici ad approfondire a loro volta la dottrina cristiana in maniera più originale di quanto non fosse avvenuto nel passato. E questo è certo il suo merito più grande: la nostra civiltà, infatti, per quello che essa ha ancora di cristiano, deve molto al movimento riformatore.

Da un punto di vista politico va però tenuto presente che la Riforma contribuì anche al definitivo consolidamento degli Stati nazionali e segnò quindi un importante passo avanti verso il riconoscimento della diversità dei popoli, delle loro culture e delle loro aspirazioni, ma nello stesso tempo favori specialmente nell’area luterana e anglicana anche un rafforzamento delle tendenze in atto verso l’autoritarismo e l’assolutismo dei sovrani.

Tale conclusione non deve meravigliare. Nel secolo XVI infatti il problema della libertà di coscienza non era stato ancora affrontato e quello non meno delicato della libertà individuale risultava in genere impostato su un piano più teorico che pratico e comunque mai contro la volontà del principe. Entro tali limiti, del resto, erano stati già condotti anche i movimenti radicali del  secolo XIV legati a Wycliffe e a Hus. Dal canto suo, lo stesso Lutero esaltava non una assoluta «libertà del cristiano» in senso moderno, ossia come autonoma scelta dei valori da perseguire e a cui credere, ma una libertà tutta spirituale, derivante dalla liberazione dell’individuo dal peso delle opere umane in ordine alla salvezza. La pace di Augusta, dunque, l’intolleranza dei riformatori sia di parte cattolica che protestante e l’assolutismo statale altro non sono che aspetti diversi della Stessa realtà: per la cultura di quel tempo l’espressione «libertà» aveva un ben altro senso rispetto a

quello che oggi noi le attribuiamo. L’uomo di allora si sentiva sostanzialmente «libero» e quindi trattato secondo dignità, se non era costretto a subire l’imposizione di particolari pesi, quali — ad esempio — le corvées.

La comune sensibilità del tempo era allora ben lontana dal rivendicare l’autonomia del singolo nel proprio modo di pensare e nel proprio modo di agire. È indubbio tuttavia che la rivendicazione della «libertà» riformata, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta già una conquista dell’uomo «moderno>> e della sua cultura di fronte alla generale acquiescenza propria delle masse nel corso dei secoli precedenti, soprattutto se considerata nelle sue ancora non coscienti implicazioni. Una reale difesa della libertà di coscienza in senso stretto va invece riconosciuta ad una vasto settore del movimento ereticale, ostile sia alla Riforma luterana e calvinista, sia alla Chiesa cattolica, entrambe da esso rifiutate per il loro rigido dogmatismo, per l’esagerata sfiducia nell’uomo e nelle sue capacità naturali e, infine, per il loro compromesso con la realtà e con 1’autorità politica. Perseguitati, pertanto, da tutte le confessioni religiose ufficiali, i seguaci di tale movimento approfondirono una originale critica contro l’intolleranza religiosa, la quale trovò le sue più alte espressioni nell’italiano

Fausto Paolo Socini (1539-1604), che esercitò anche attraverso numerose opere anonime grande influenza per tutto il secolo XVI al punto da divenire un punto di riferimento per il razionalismo moderno in Europa; e nel savoiardo Sebastiano Castellione (1525-1563), teologo di fede protestante ed umanista particolarmente famoso per avere pubblicamente condannato in nome della libertà di pensiero in materia di fede l’inquisizione di Calvino, responsabile del processo e dell’esecuzione capitale di Michele Serveto. Pur in mezzo a tali limiti rimane tuttavia doveroso affermare che la Riforma fu, insieme all’Umanesimo e alle scoperte geografiche, uno dei principali fattori che segnarono la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna.

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