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Dall’Ultima Cena a Cena in casa di Levi di Paolo Caliari il Veronese


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Con questo quadro dal titolo “Cena in casa di Levi”  (1573), oggi nella Galleria dell’Accademia a Venezia, Paolo Caliari, detto il Veronese (1528-1588), si era proposto di rappresentare l’ultima Cena, ispirandosi ai sontuosi banchetti nei quali la florida società veneziana della seconda metà del Cinquecento impegnava gran parte del proprio tempo.

L’opera però venne censurata dall’Inquisizione, che la trovò sconveniente per una smodata esaltazione del piacere di vivere (edonismo), per l’esteriorità che la caratterizzava e per un indegno accostamento della figura di Cristo a «buffoni, imbriachi thodeschi, nani et altre scurrilità». L’artista si giustificò invocando quella libertà dell’arte nei confronti della teologia e della religione che i letterati e i pittori umanistico – rinascimentali cercavano di rivendicare: «Nui pittori ci pigliamo la licentia che si pigliano i poeti et i matti». Non riuscendo però a spuntarla, il Veronese mutò il titolo in «Cena in casa di Levi», ispirandosi alla scena del Vangelo che descrive l’incontro tra Cristo e un ricco esattore di imposte.

Niente più che una finzione per giustificare l’apparato fastoso e mondano che caratterizzava il dipinto. L’episodio è indice del clima di controllo e di repressione esercitato dalla Chiesa sulla cultura e sulla pittura in particolare. Nel medesimo clima va inquadrata anche la vicenda di Daniele da Volterra, cui nel 1564 venne affidato l’incarico di coprire con panneggi alcuni nudi del «Giudizio Universale» di Michelangelo, trovati eccessivamente sconvenienti alla dignità della Cappella Sistina:di qui il nomignolo, ironicamente affibbiato al pittore, di «brachettone».

Tale visione dei rapporti fra arte e Controriforma è oggi ripresa con più distaccata serenità e critica moderazione: addirittura alcuni parlano di una cultura e di un gusto estetico nuovo e diverso rispetto a quello della precedente età umanistico – rinascimentale, affermando che mancano vere e proprie imposizioni delle autorità ecclesiastiche sugli artisti del tempo. Altri storici invece rimangono sostanzialmente fedeli alla vecchia impostazione, anche se riconoscono che l’azione repressiva non deve essere attribuita tanto al Concilio di Trento, che nel 1563 emanò solo direttive assai generiche, limitandosi a vietare « tutte le lascivie di una sfacciata bellezza delle sacre figure», quanto piuttosto agli anni, ad esso antecedenti, in cui si manifestò una forte volontà di riscoprire i genuini valori cristiani enfatizzati dalla polemica protestante e invece in qualche maniera offuscati dalla civiltà umanistica.

In tale clima il Concilio di Trento non fece che ispirarsi nelle sue direttive ad una mentalità ormai largamente diffusa nella popolazione cattolica, la quale, proprio per questo, non le avvertì come repressive e traumatiche. E certo, comunque, che la Chiesa finì in tal modo per riaffermare la vecchia concezione dell’arte come un mezzo usato a fini esclusivamente devozionali e pertanto a scapito della creatività artistica e della libera invenzione del linguaggio da usare sul piano stilistico e formale.

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