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Vecchia e nuova mafia nell’analisi di Giovanni Falcone
Pubblichiamo un breve stralcio del libro di Falcone, Cose dì cosa nostra, pubblicato dalla Rizzoli nel 1991, il magistrato verrà ucciso il 23 maggio del 1992.
Il fenomeno mafioso è noto da tempo e già alcuni scritti in materia, che risalgono a molti anni fa, ne avevano messo in evidenza le caratteristiche. Nel 1875-76, la commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino aveva stabilito che la mafia non ha uno statuto e non organizza riunioni, non ha capi pubblicamente riconosciuti, se non i più forti e i più abili; che esercita una grande influenza su qualsiasi forma di crimine, imprimendogli un carattere particolare che distingue la criminalità siciliana da tutte le altre.
In particolare, Franchetti e Sonnino sottolineavano come l’interesse dello Stato nella lotta alla mafia fosse episodico, mutevole, incerto. La diagnosi dei due onesti parlamentari verrà confermata nel tempo: lo Stato passerà da un tentativo di repressione serio, quello del prefetto Mori, alle dichiarazioni rassicuranti dei procuratori generali che inaugurano gli anni giudiziari. Ma limitiamoci al dopoguerra.
Nel 1956 la procura generale di Palermo dichiara che la delinquenza mafiosa è praticamente scomparsa: nel 1957 che i delitti sono la conseguenza di conflitti tra bande rivali; nel 1967 che la criminalità mafiosa è entrata in una fase di declino lento, ma sicuro; nel 1968 auspica l’allontanamento del mafioso dal suo habitat naturale, dato che fuori della Sicilia egli diventa inoffensivo.
Tutto questo per ricordare quanto il problema mafia sia stato sottovalutato nella nostra storia anche recente. La virulenza attuale di Cosa Nostra è in parte il frutto di questa sottovalutazione e di questa ignoranza.
La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell’adeguare i valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l’uso dell’intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa.
E’ necessario distruggere il mito della presunta nuova mafia o, meglio, dobbiamo convincerci che c’è sempre una nuova mafia pronta a soppiantare quella vecchia. Già alla fine degli anni Cinquanta si parlava di «mafiosi senza principi» che avevano trasformato la vecchia, rispettabile mafia contadina in un’organizzazione malavitosa implicata fino al collo nella speculazione edilizia. Allora si parlava di Tommaso Buscetta come del mafioso nuovo stile, privo di remore morali e di valori, quello stesso Buscetta che oggi viene indicato come un uomo d’onore vecchia maniera!
Tutte le volte che Cosa Nostra si converte ad attività più redditizie e sale il livello di pericolo sociale da essa rappresentato, non si sa far altro che parlare di nuova mafia. Una sentenza della Corte di Cassazione del 1977 afferma con incredibile sicurezza che la vecchia mafia non era una associazione criminale, mentre la nuova lo è: altro contributo delle istituzioni alla non comprensione del fenomeno e alla disinformazione. Da parte mia, ricordo che nel 1979 alcuni colleghi mi chiesero: <
Magistrati e forze dell’ordine cercano di convincersi che l’attuale inefficienza dello Stato sia dovuta all’entrata in scena di una mafia più feroce e sofisticata della precedente. Ma la vecchia e nobile mafia è soltanto una leggenda. Ne sono prova gli episodi criminali più efferati e spettacolari del dopoguerra. Se tralasciamo le strage di Portella delle Ginestre e gli assassinii di diversi sindacalisti, possiamo ricordare: nel 1963, la prima guerra di mafia culmina nell’esplosione di una Giulietta imbottita di esplosivo che falcia sette carabinieri; nel 1969, il massacro di viale Lazio a Palermo mette in luce la crudeltà di Cosa Nostra; nel 1970 la mafia è implicata in un tentativo di colpo di Stato, il cosiddetto golpe Borghese; nel 1971 il procuratore della Repubblica di Palermo viene assassinato; nel 1974 il contrabbando di tabacco in massima espansione testimonia il raggiungimento di un livello che avrebbe dovuto suonare per le istituzioni come campanello d’allarme; nel 1980 Cosa Nostra controlla gran parte del traffico mondiale di eroina destinata agli Stati Uniti. Non si è compreso, non si è voluto comprendere che dietro tali episodi vi era una sola e unica mafia.
Eppure, basterebbe rileggere i rapporti di polizia degli anni Sessanta per scoprire che certi personaggi importanti, poi divenuti i capi, vi erano già citati; che la struttura di base dell’organizzazione era nota (si fa perfino menzione dei capi decina e dei rappresentanti). Ma una cappa di silenzio cala ben presto sul fenomeno mafioso: gli anni Settanta sono gli anni del terrorismo. Tutti i migliori magistrati o quasi, il grosso delle forze dell’ordine, sono impegnati nella lotta contro le Brigate rosse e altre organizzazioni terroristiche. Pochi si interessano di mafia.
Proprio allora prende il via il traffico di stupefacenti e la mafia si trasforma nella potenza che è oggi. Grave quindi l’errore commesso in un momento in cui si disponeva di tutte le informazioni e condizioni per capirla e combatterla. Il passaggio da una mafia poco attiva in campo economico a una mafia sempre più aggressiva si consuma tra il 1974 e il 1977. [...]
Negli anni seguenti, grazie alla debolezza della repressione, la mafia prospera in tutti i settori dell’economia. Si comincia a parlare di mafia degli appalti e dei subappalti, di mafia dei supermercati, di mafia delle tangenti… come se esistesse una miriade di organizzazioni, una accanto all’altra. Come se la mafia non fosse una e indivisibile.
G. FALCONE, Cose dì cosa nostra, Milano, Rizzoli, 1991
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