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La scissione del Partito Socialista e la nascita del Partito Comunista. Cronaca di una scissione



L’occupazione delle fabbriche metallurgiche è all’origine della scissione di Livorno e segna l’inizio di una lunga fase di arretramento e di ritirata del movimento operaio italiano, anzi di sconfitta. La convinzione che «con un Partito com’era il socialista>> e con il “sabotaggio” esercitato dalla CGIL, bisognasse rompere definitivamente prende, proprio dall’ottobre del 1920, il suo sviluppo maggiore; diventa cioè, da punto di principio manifestato da gruppi e correnti ristrette, consapevolezza pressochè generalizzata al punto da costituire la base effettiva del PCI da Torino come Milano, Firenze come a Napoli.

A fissare la rigidità delle fazioni in lotta pare concorra persino la collocazione dei congressisti: sui palchetti di sinistra i delegati coi 58.000 suffragi comunisti, la platea occupata dai “centristi” ossia dai socialisti massimalisti, che detengono quasi il doppio dei mandati, 100.000, e sparsi sui palchi di destra i socialisti riformisti della lista di concentrazione che porta 15.000 voti. Per primi parlano Terracini e Bordiga, oltre a Graziadei, per secondi Baratono e Serrati, per i terzi Baldesi, Mazzoni e, per autodifesa, Turati.

Il clima incandescente si misura appieno nella giornata del 16, durante il lungo discorso, una vera vigorosa requisitoria, pronunziato dal delegato della Internazionale comunista Christo Kabakciev. Kabakciev ha preparato il suo discorso, insieme con l’altro, non meno influente, rappresentante dell’Internazionale comunista, l’ungherese Rákosi, a Livorno, e l’ha ispirato al più formale ultimatum, sorretto dalla classica impostazione della polemica precedente: la situazione è rivoluzionaria, le condizioni per la rivoluzione sono mature, è Serrati che si pone contro la rivoluzione rifiutandosi di espellere i riformisti: non c’e più tempo da perdere, <

Amedeo Bordiga

Naturalmente Kabakciev è d’accordo con l’intransigenza di Bordiga nei confronti di Serrati. Tra il 16 e il 18 gennaio, Paul Levi, sorretto da Graziadei e forse da altri della frazione comunista, tenta ancora la via del compromesso ma inutilmente. Rákosi, dinanzi all’atteggiamento di Paul Levi, telegrafa a Mosca per chiedere ulteriori direttive e da Mosca lo autorizzano a persistere nella linea di rottura con Serrati. L’ultimo filo e <>. È nella quarta e ancor più nella quinta giornata che la scissione e resa definitiva. Sull’«Ordine nuovo » del 19 gennaio si dice che ogni passo è superfluo, si bolla la coalizione fra i socialisti massimalisti di Serrati e i socialisti riformisti di Turati e si aggiunge: «Prenda Turati il cadavere del fu Partito socialista e se ne faccia sgabello per la sua ambizione senile. Comunisti, avanti!». Turati parla il giorno stesso e più che un’autodifesa la sua è una arringa [...] contro i <>, un atto di fede
nel programma del discorso <>, quello della <>.

Ma è proprio qui che si misura l’abissale distanza che separa i socialisti riformisti dai comunisti. Il discorso di Turati è anch’esso tutto in chiave ideologica. È il rifiuto più netto di ogni soluzione rivoluzionaria, e non solo quindi di quella preconizzata dall’estrema sinistra per il momento presente. Per Turati il marxismo, il socialismo, sono la negazione stessa della violenza, della presa del potere attraverso <>, si riassumono invece nella preparazione, << che dura per decenni>>, di lente conquiste. E, quando affronta il tema politico del rapporto con la rivoluzione russa, egli non nasconde il suo pensiero: che il bolscevismo farà fallimento, che esso sin d’ora non è se non «nazionalismo russo che si aggrappa a noi disperatamente per salvare se stesso>>.

Un’ovazione, che parte anche dalla platea folta di socialisti massimalisti, accoglie le conclusioni del discorso e sottolinea un contrasto che non è soltanto politico, ma di concezioni ideali. Da Milano Anna Kuliscioff può scrivere al suo compagno: «E cosi, da accusato e quasi condannato, sei diventato trionfatore del congresso>>. Del resto, l’oratore ufficiale dei massimalisti, Baratono, non ha forse impostato il suo discorso sulla contestazione più radicale del concetto di rivoluzione, quale è acquisito ai comunisti? Adelchi Baratono afferma appunto che se i socialisti italiani hanno acconsentito, durante l’occupazione delle fabbriche, ai miti consigli degli organizzatori sindacali («abituati per loro natura ad essere molto cauti e a prevedere tutti i pericoli») ciò è stato giusto e logico. Quegli organizzatori conoscevano la psicologia delle masse meglio di tutti, sapevano che la rivoluzione non poteva essere vittoriosa in Italia. Quale migliore omaggio a Turati?

La cronaca, intanto, procede verso la conclusione naturale che si trae dal dibattito di idee contrapposte. Nella mattina del 20 gennaio riprende la parola Kabakèiev, quindi Misiano legge, tra nuovi grandi tumulti, la dichiarazione redatta dallo stesso Kabakèiev e da Rákosi che preclude ogni ulteriore indugio: <>.

Nel pomeriggio si passa ai voti e il mattino dopo, il 21 gennaio del 1921, se ne proclama l’esito, che darà la maggioranza ai massimalisti riformisti e che farà dire ai bolscevichi, da Lenin a Zinovév, aver preferito Serrati di rimanere unito con quindicimila riformisti piuttosto che passare con sessantamila comunisti. A quel punto nel teatro Goldoni si succedono gli atti di un nuovo cerimoniale: quello della proclamazione della scissione. Prima è Luigi Polano, che, a nome della Federazione giovanile, dichiara che essa << scioglie ogni impegno col partito e delibera di seguire le decisioni che prenderà la frazione comunista>>. Per quest’ultima salgono ancora alla tribuna il deputato Roberto, per un addio accorato («Mi auguro, anche, compagni, che dopo esserci staccati cessino le lotte fratricide») e Bordiga, che [...] arriva a contestare persino la regolarità delle votazioni, quindi fa l’appello formale ai propri seguaci: <>.

I comunisti escono dalla sala intonando l’Internazionale e si avviano verso la nuova assise di fondazione, scortati da guardie regie e carabinieri, ma anche da gruppi di operai scesi dalle gallerie del Goldoni donde avevano seguito i lavori del congresso della scissione.

P. SPRIANO, Storia del Partito Comunista Italiano.
Da Bordiga a Gramsci, Torino, Einaudi, 1977


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One Response to "La scissione del Partito Socialista e la nascita del Partito Comunista. Cronaca di una scissione"

  1. [...] uno stralcio del primo programma del partito dopo la scissione dal PCI avvenuta a [...]

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