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Primo dopoguerra: a Crisi del Parlamento e le difficoltà del Partito Socialista alle origini della dittatura


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Fino alla guerra il sistema politico italiano si era fondato sull’assolta prevalenza della classe politica liberal-costituzionale. La guerra segnò il declino di questa classe. Alle elezioni del 1919, i liberal-costituzionali conquistarono il 41% dei seggi contro il 75% del 1913. Furono ancora essi ad avvicendarsi alla guida dei governi, perché Orlando governò fino al giugno 1919, Nitti fino al giugno 1920, Giolitti fino al giugno 1921. Ma questi governi furono sostenuti da maggioranze instabili, in una società politica che era profondamente mutata rispetto all’anteguerra. La classe politica cattolica, d’altra parte, non era ancora in grado di raccogliere l’eredità del potere: pur avendo ottenuto un notevole successo alle elezioni dell’ottobre-novembre 1919 con la conquista di 100 seggi parlamentari, si era costituita in partito da troppo poco tempo e suscitava troppe diffidenze negli ambienti anticlericali.

Di frequente vien detto che la precaria situazione del dopoguerra non sbocco in una rivoluzione, perché i dirigenti del Partito socialista non ebbero il coraggio di promuovere questa rivoluzione. Si tratta però di una valutazione semplicistica. E vero che quei dirigenti adottarono una politica attendista; ma è anche vero che la realtà italiana era complessa e piena di contraddizioni. [...]. La fine della guerra, la presenza di un ceto medio molto consistente, le tradizioni democratico- parlamentari del Paese e la collocazione geografica di esso facevano si che la situazione italiana del 1919-20 risultasse molto diversa dalla situazione russa del 1917 e tale da suggerire molta prudenza. [...].

D’altra parte fin dal 1919 non erano mancati i segni premonitori di una involuzione antidemocratica. Come Giorgio Amendola ha spesso ripetuto, il << Il declino del socialismo italiano si fece evidente nell’ottobre – novembre 1920, all’indomani dell’occupazione delle fabbriche. [...]. Quell’occupazione dimostrò infatti che l’insurrezione era impossibile e che gli operai, senza i tecnici e senza le materie prime, non erano in grado di far funzionare gli stabilimenti. [...].

La prima delegazione socialista recatasi in Russia dopo la rivoluzione di ottobre tornava in Italia proprio in quei giorni e recava notizie sconfortanti sulle condizioni di vita colà esistenti. ll mito bolscevico, insomma, cominciava a infrangersi in concomitanza con la crisi sindacale e politica del socialismo italiano. Le elezioni amministrative, che ebbero luogo nell’ottobre novembre 1920 in molte città d’Italia, confermarono il declino socialista. E poco dopo quelle elezioni, nel gennaio 1921, sopravvenne la scissione comunista di Livorno.

Il fascismo cominciò a diventare un movimento di una notevole consistenza soltanto dopo l’inizio della crisi socialista. Lo squadrismo esplose con violenza soltanto dopo l’eccidio di Palazzo d’Accursio, avvenuto il 21 novembre 1920. La tesi che il fascismo abbia stroncato il rivoluzionarismo italiano è falsa, ed è invece vero che il fascismo approfittò della crisi della sinistra per acquistare forza e diventare padrone della piazza.

Bibliografia:

P. MELOGRANI, Le conseguenze della prima
guerra mondiale, in AA.VV., Il Parlamento
italiano (1861-1988), rx, Milano, Nuova Cei, 1988

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