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Le Correnti interne del Partito Fascista, e la posizione di Mussolini
Un errore da evitare nella formulazione di un giudizio sul fenomeno fascista è quello di parlarne in termini generici, come se sotto la indiscussa guida di Mussolini esso fosse un organismo politico compatto, e privo di vivaci e spesso profondi contrasti. Le cose stavano ben diversamente. All’interno del partito esisteva infatti una notevole varietà di correnti e di posizioni, che ne rendevano variegato e persino contrastante l’indirizzo ideologico e politico.
Tale «compresenza» apparve addirittura evidente negli anni 1929-32, allorché, una volta firmati nel febbraio del 1929 i Patti Lateranensi e ottenuto un plebiscito di consensi nelle elezioni del mese successivo, il partito prese ad interrogarsi su se stesso attraverso un vivace dibattito sulle proprie riviste. Per lo meno tre erano le principali correnti:
1) la corrente conservatrice riteneva che il fascismo si era ormai pienamente realizzato e quindibisognava amministrare con equilibrio ciò che si era ottenuto onde evitare capovolgimenti pericolosi per la stabilità del regime. Di qui un immobilismo politico, mascherato dietro una esaltazione senza limiti di ogni iniziativa del fascismo, mentre la mancanza di idee innovatrici favoriva lo sviluppo di un gerarchismo burocratico, che alimentava la corsa ai favoritismi personali e alle posizioni di privilegio;
2) la corrente rivoluzionaria moderata sosteneva che il fascismo, dopo avere distrutto i vecchiordinamenti liberali, doveva ormai impegnarsi ad attuare la vera «rivo1uzione» conformemente alle sue originali aspirazioni, che prevedevano l’accettazione della “forma Stato” e una condotta politica più aperta alle esigenze della vita associata e caratterizzata da un minore ricorso ai mezzi eccezionali. Si richiedeva perciò «meno fascismo e più Italia, meno Partito e più Nazione, meno Rivoluzione e più Costituzione», come ebbe a scrivere Enrico Corradini (1865-1931), leader nazionalista sostenitore di Mussolini, contrario però ad un governo di tipo assoluto e dittatoriale, che – a suo avviso – avrebbe generato soltanto la paralisi dell’apparato statale, la più sfacciata adulazione dei potenti, una pericolosa e generalizzata abulia del popolo nei riguardi dell’attività politica. A tale corrente appartenevano i fascisti politicamente più moderati, oltre che culturalmente più sensibili, molti dei quali di estrazione liberale. Essi pertanto constatavano con preoccupazione che il fascismo si era impegnato più a conquistare il potere che non a diffondere tra le masse i veri e più profondi ideali della rivoluzione, ridotta ormai ad espressione di una ristretta oligarchia di persone. L’esponente più noto di tale indirizzo fu Dino Grandi (1895-1988), uno dei fondatori del sindacalismo e del movimento fascista in Emilia, dal 1929 al 1932 ministro degli Esteri e ambasciatore di Italia a Londra dal 1932 al 1939;
3) la corrente rivoluzionaria intransigente raccoglieva coloro che ritenevano ancora irrealizzatala rivoluzione fascista in quanto troppo compromessa con il passato regime. Essi perciò esigevano una “fascistizzazione” più radicale e più integrale sia della vita politica che di quella sociale, che si doveva energicamente tradurre nell’epurazione dall’esercito, dalla polizia, dalla magistratura, dalla scuola, dal mondo della stampa e dalle amministrazioni, sia statali che locali, di tutti gli elementi troppo tiepidi nei confronti del regime, per poi sostituirli con “autentiche camicie nere”: ciò al fine di creare un vero stile di vita fascista, quello marziale ed eroico o «littorio» — come si diceva dal 1937 dopo che i giovani erano stati inquadrati nella GIL (Gioventù Italiana del Littorio) —, che avrebbe dovuto costituì re al di là e al di fuori di ogni teoria filosofica l’unico concreto contrassegno del fascismo. Gli intransigenti tendevano a privilegiare le direttive e il ruolo del partito, il contatto diretto con le aspirazioni delle masse fasciste e soprattutto il mantenimento delle squadre d’azione, capaci di fare giustizia sommaria e tempestiva di tutto ciò che agli interessi veri o presunti del fascismo si opponeva. Personificata da Roberto Farinacci (1892-1945), il “ras” di Cremona, tale corrente accoglieva i più esagitati fra i fascisti di vecchia data, facinorosi e settari quali il giornalista Augusto Turati (1888-1955) e Arturo Bocchini (1880-1940), creatore dell’Ovra.
Mussolini sostanzialmente non appartenne a nessuna delle tre correnti. Egli infatti era troppopreoccupato di conservare il proprio potere per accedere veramente alle richieste dei moderati; più ancora però era contrario ai conservatori, che ai suoi occhi screditavano il partito; ma soprattutto era avverso agli intransigenti, difficili da inquadrare e quindi più pericolosi degli altri anche perché fonte continua di gravi problemi per l’ordine pubblico: il che toglieva al partito quel volto rassicurante attrai verso il quale egli sperava di poter avviare a proprio l favore una «pacificazione generale», indispensabile premessa per ottenere l’assenso delle frange modera te, numerose e politicamente autorevoli. Ecco perché ad un certo momento ebbe origine una feroce campagna per l’epurazione del partito su entrambi i fronti e il conseguente tentativo di estromettere da esso — peraltro senza successo — l’ex-segretario generale Roberto Farinacci, con l’unico risultato di un inconciliabile urto, fra Mussolini ed altri autorevoli leader, quali Augusto Turati prima e Giovanni Giuriati (1876-1970) poi, favorevoli al vecchio segretario. Più pragmatico degli intransigenti ed anche politicamente più abile, il «Duce» cercava infatti di attuare una linea in teoria rigida, ma duttile nella pratica: il che lo portava ad ingigantire il ruolo del partito nella vita politica e sociale.
Ecco perché egli finì per rimanere praticamente legato al vecchio Stato tradizionale e ai gruppi economici conservatori.
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