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Il giudizio di Alexis de Tocqueville sulla Rivoluzione francese
Una cosa sorprende innanzi tutto: la Rivoluzione, il cui fine principale era quello di abolire ovunque ciò che ancora rimaneva delle istituzioni medioevali, non scoppia là dove queste istituzioni, meglio preservatesi, maggiormente facevano avvertire al popolo il loro peso e i loro impedimenti, ma là invece dove erano meno dure, quasi che il loro giogo apparisse più intollerabile dove era meno gravoso.
Alla fine del XV secolo, in quasi tutti i paesi tedeschi il servaggio non ancora era stato completamente abolito, anzi, quasi ovunque, il popolo rimaneva tuttora legato alla gleba come nel Medioevo. Quasi tutti i soldati, che avevano fatto parte degli eserciti di Federico II e di Maria Teresa, erano stati dei veri e propri servi. Nella maggior parte degli Stati tedeschi, ancor nel 1788, il contadino non può abbandonare il feudo e, se l’abbandona, può venire ricercato ovunque si trovi, per esservi ricondotto a forza. E sottoposto alla giurisdizione del signore, che sorveglia la sua vita
privata e punisce la sua intemperanza e la sua pigrizia. Non può migliorare la propria posizione, né cambiar mestiere, né ammogliarsi senza il beneplacito del suo signore e padrone. [...].
ll servo può divenire bensì proprietario fondiario, ma la sua proprietà resta sempre assai precaria ed imperfetta: è obbligato a coltivare il suo campo in un certo modo, sotto la diretta sorveglianza del signore; non può nè venderlo nè ipotecario a suo piacere; in certi casi gli si impone di vendere i prodotti, in altri invece glielo si proibisce: l’unico suo obbligo dunque è quello di coltivarlo. La sua stessa eredità non passa interamente ai figli, ché normalmente una parte ne è devoluta al signore. [...] Per converso, ben altra rivoluzione si era operata in Francia in seno alle condizioni del popolo: il contadino non solo aveva cessato di essere servo, ma era ‘ divenuto proprietario.
Già da allora, come ancor oggi del resto, l’amore che il contadino porta alla terra è vivissimo, e tutte le passioni che nascono in lui sono cose gli dessero come rischiarate e illuminate da questo fatto fondamentale: il possesso della terra. [...] Il risultato della Rivoluzione non è stato dunque quello di dividere la terra, ma di liberarla. [...] Tutti quei piccoli proprietari trovavano, infatti, nella conduzione della loro proprietà, vincoli e impedimenti d’ogni lato, sottostando inoltre a molte servitù cui non era loro possibile né consentito di sottrarsi.
[Nel frattempo però era avvenuta anche un’altra grande trasformazione. Ogni pubblica attività nell’ambito del territorio era ormai svolta non più dal signore e dai suoi rappresentanti, bensì da pubblici funzionari, che operano alle dipendenze del governo centrale.]
Sin dal XVIII secolo tutti gli affari della parrocchia [sotto il vecchio regime assolveva tutti i compiti poi assegnati al comune] erano condotti da un certo numero di funzionari, che non erano più gli agenti della signoria e non erano più nominati da questa: alcuni venivano nominati dall’intendente della provincia, altri erano eletti dagli stessi contadini. Questi funzionari ripartivano le imposte, riparavano le chiese, edificavano le scuole, convocavano e presiedevano l’assemblea della parrocchia, vegliavano sui beni del comune, ne regolavano l’uso, ne erano i rappresentanti giuridici; il signore non solo non dirigeva più l’amministrazione di questi piccoli affari locali, ma non la sorvegliava neppure.
Tutti i funzionari della parrocchia erano sottoposti alla direzione e al controllo del potere centrale. Il signore, ormai, non agisce più come rappresentante del re, quasi intermediario fra questi e gli abitanti della parrocchia; non ha più l’incarico di applicare le leggi generali dello Stato, di radunare le milizie, di percepire le tasse, di pubblicare gli ordini del principe, di distribuirne i soccorsi. Questi doveri e questi diritti spettano ad altri. In realtà, il signore
non è che un abitante come tutti gli altri, separato dagli altri per la sua condizione, non per il suo potere, e gli intendenti hanno cura di farlo notare, e nelle lettere ai loro sottoposti ben pongono in rilievo che « il signore non è che un primo fra pari». [...]
Quando la nobiltà possiede non solo dei privilegi, ma una reale funzione politica, quando essa, in una parola, amministra e governa, i suoi speciali diritti possono esser maggiori, e tuttavia esser meno avvertiti. Nel Medioevo si guardava alla nobiltà come oggi si guarda al governo; se ne sopportavano i pesi in virtù delle garanzie che offriva: i nobili godevano privilegi indubbiamente molesti, possedevano diritti onerosi, ma, contemporaneamente, assicuravano l’ordine pubblico, rendevano giustizia, facevano eseguire le leggi, soccorrevano il debole, dirigevano gli affari comuni. Quanto maggiormente queste funzioni vengono meno, tanto maggiore appare il peso e l’ingiustizia del privilegio, si da finire a non comprenderne nemmeno più la ragione. Immaginate ora il contadino francese del secolo XVIII, [...] così appassionato della terra, alla quale consacra tutti i suoi risparmi, pronto ad acquistarla a qualsiasi prezzo, e considerate. Per acquistarla deve pagare prima di tutto una tassa non al governo, ma ad altri proprietari del vicinato, come lui estranei all’amministrazione dei pubblici affari e come lui privi di ogni potere; giunge alla fine a possederla, ed interra il suo cuore in una con il suo grano.
Quel piccolo angolo di terra, cosa veramente sua nel vasto mondo, lo fa palpitare d’orgoglio e gli fa gustare la gioia dell’indipendenza. Questi stessi vicini pertanto sopraggiungono e lo strappano al suo campo e lo costringono a lavorare altrove senza mercede; egli vuol difendere la sua terra dalle loro battute di caccia, ed essi glielo proibiscono; vuol passare il fiume, ed essi gli richiedono un diritto di pedaggio; va al mercato, e ve li ritrova pronti a percepire una tassa sulla vendita delle sue derrate; e quando, tornato a casa, vuol usare a modo suo del suo grano quel grano coltivato dalle sue mani e cresciuto sotto i suoi occhi —, non può farlo, ma è obbligato `a macinarlo al loro mulino ed a cuocerlo nel loro forno. E ancora a loro che deve dare una parte delle rendite del suo piccolo podere, ed esse né si prescrivono né si affrancano. Qualunque cosa faccia, incontra sempre sul suo cammino questi incomodi vicini. [...].
Immaginate dunque i bisogni, la condizione, le passioni, il carattere di quest’uomo, e, se lo potete, calcolate quale riserva d’odio e di rancore si sia accumulata entro il suo cuore. La feudalità, pur avendo cessato di essere un’istituzione politica, si era tuttavia conservata come la maggiore delle nostre istituzioni civili. Così ridotta, essa eccitava odi ancor maggiori, e veramente può dirsi che, distruggendo una parte delle istituzioni medioevali, si era reso cento volte più odioso quello che di esse si era lasciato sopravvivere.
A. DE TOCQUEVILLE, II vecchio regime,
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