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Federico da Montefeltro. Un grande umanista
Gli oltre 200.000 scudi spesi dal duca per la sua dimora non sono più una cifra impressionante se paragonata alle spese sostenute per pagare amanuensi incaricati di copiare volumi di manoscritti rari di classici greci e latini. Federico da Montefeltro non voleva sentir parlare di libri stampati, considerati volgari e privi di classe, ma solo di manoscritti, ben calligrafati, ornati, miniati, dorati e rilegati. Non c’è
da stupirsi, perciò, che la sua biblioteca, costata oltre 30.000 scudi spesi in pochi anni, fosse una delle più celebrate del Rinascimento. Il tempo e la stoltezza umana hanno fatto si che moltissimi dei preziosi codici andassero dispersi e spesso perduti, e poco consola sapere che un volume è a Oxford piuttosto che nella biblioteca universitaria di Urbino o in quella di Fermo, sempre nelle Marche, o in Vaticano. Il duca aveva mandato emissari in tutta Italia per copiare codici antichi, come quel Battista di Bartolo, chierico urbinate, inviato presso lo Studio, cioè l’Università, di Padova.
Chiuso nello Studiolo della reggia, Federico attendeva i risultati di questa capillare ricerca, mentre con occhio compiaciuto poteva scorrere intorno a sé le meravigliose tarsie che decorano le pareti, un paziente lavoro eseguito su disegni di vari artisti del tempo, fra i quali certamente il Botticelli. La scelta del colore dei legni usati per l’intarsio e i disegni sono tanto perfetti che, nella penombra del piccolo locale, sembrano trasformarsi in creazioni a tre dimensioni e la mano corre istintivamente verso questo o quell’oggetto per poi ritrarsi ingannata
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